domenica 15 dicembre 2019

per la sirena

DI COLME MEMORIE

senza amore un fiore riapre il cuore
sull’arso pietrame fra ossa di mare
è bianco al sole sasso della sera
dove l’ombra nello sguardo riaffiora
danzando fra le plastiche di scorie
riportate da onde come memorie:
sulle carte di smagliate frontiere – 

langue e sanguina la mano protesa 
per la sirena che all’amo s’è presa.

G. Nigretti da Derive di ombre 2018/19

venerdì 15 novembre 2019

muti e gelidi


META DELLA VITA di Friedrich Holderlin

Con gialle pere si curva
E folto di rose selvagge
Il paese nel lago,
Voi nobili cigni,
Ed ebbri di baci
Immergete voi il capo
Nell’acqua limpida e sacra.

Ahimè, quando viene l’inverno,
Dove trovo i fiori e dove
Il lume del sole
E l’ombra della terra?
Muti e gelidi stanno
I muri, al vento
Stridono le banderuole.

domenica 3 novembre 2019

tacita sposa


CONCLUDENDO di Derek Walcott

Vivo sull’acqua,
solo. Senza moglie né figli.
Ho circumnavigato ogni possibilità
per arrivare a questo:

una piccola casa su acqua grigia,
con le finestre sempre spalancate
al mare stantio. Certe cose non le scegliamo noi,

ma siamo quello che abbiamo fatto.
Soffriamo, gli anni passano, lasciamo
tante cose per la via, fuorché il bisogno

di fardelli. L’amore è una pietra
che si è posata sul fondo del mare
sotto acqua grigia. Ora, non chiedo nulla

alla poesia, se non vero sentire:
non pietà, non fama, non sollievo. Tacita sposa,
noi possiamo sederci a guardare acqua grigia,

e in una vita che trabocca
di mediocrità e rifiuti
vivere come rocce.

Scorderò di sentire,
scorderò il mio dono. È più grande e duro,
questo, di ciò che là passa per vita.

sabato 2 novembre 2019

oltre lo sguardo


I MORTI di E. Montale

Il mare che si frange sull'opposta     
riva vi leva un nembo che spumeggia
finché la piana lo riassorbe. Quivi
gettammo un dì su la ferrigna costa,
ansante più del pelago la nostra
speranza! - e il gorgo sterile verdeggia
come ai dì che ci videro fra i vivi.

Or che aquilone spiana il groppo torbido
delle salse correnti e le rivolge
d'onde trassero, attorno alcuno appende
ai rami cedui reti dilunganti
sul viale che discende
oltre lo sguardo;
reti stinte che asciuga il tocco tardo
e freddo della luce; e sopra queste
denso il cristallo dell'azzurro palpebra
e precipita a un arco d'orizzonte
flagellato.
                Più d'alga che trascini
il ribollio che a noi si scopre, muove
tale sosta la nostra vita: turbina
quanto in noi rassegnato a' suoi confini
risté un giorno; tra i fili che congiungono
un ramo all'altro si dibatte il cuore
come la gallinella
di mare che s'insacca tra le maglie;
e immobili e vaganti ci ritiene
una fissità gelida.
                          Così
forse anche ai morti è tolto ogni riposo
nelle zolle: una forza indi li tragge
spietata più del vivere, ed attorno,
larve rimorse dai ricordi umani,
li volge fino a queste spiagge, fiati
senza materia o voce
traditi dalla tenebra; ed i mozzi
loro voli ci sfiorano pur ora
da noi divisi appena e nel crivello
del mare si sommergono...

domenica 27 ottobre 2019

orlo


ORLO di Sylvia Plath

La donna è la perfezione.
Il suo morto
Corpo ha il sorriso del compimento,
un’illusione di greca necessità
scorre lungo i drappeggi della sua toga,
i suoi nudi
piedi sembran dire:
abbiamo tanto camminato, è finita.
Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno
come un bianco serpente a una delle due piccole
tazze del latte, ora vuote.
Lei li ha riavvolti
Dentro il suo corpo come petali
di una rosa richiusa quando il giardino
s’intorpidisce e sanguinano odori
dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.
Niente di cui rattristarsi ha la luna
che guarda dal suo cappuccio d’osso.
A certe cose è ormai abituata.
Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

Questa è  poesia che scrisse Sylvia Plath, dopo aver preparato la colazione per i suoi bambini, prima di morire con la testa nel forno.

giovedì 17 ottobre 2019

menadi danzanti


A BUIO VOLO

da questa memoria di aria
sempre con occhi riappare 
e lenta in afra nebbia scende 
e in muto tempo frana la mente 
piaga di ore a sorte già rafferme 
di vuoto tutte colme stanno

sul bordo di questo curvo stame 
ombre brune spingono anni
distanti – da sementi a sciame 
lasciate ai piedi ameni
di menadi danzanti

lungo la notte nulla 
a buio volo di luna 
una sirena che urla
rimbomba domestici camposanti.

G. Nigretti da Derive quiete, 2010/11

venerdì 27 settembre 2019

‘o può ‘vedè?

È NOTTE di Edoardo de Filippo

Tutt’è silenzio dint’a sta nuttata
nun se sente nu passo ‘e cammenà.
Nu ventariello tutta na serata
pare ca me vuleva accarezzà.
E finalmente chiagno! Tu non vide,
tu staje luntano, comme ‘o può ‘vedè?
Però t’ ‘o ddico pecchè tu me cride
e si me cride, chiagne nzieme a me!
Scenne stu chianto lento, doce doce,
nun aizo na mano p’ ‘asciuttà.
Io strillo pe’ te fa’sentì sta voce,
ma tu non puo’ sentì… c’allùcco a ffa’?
Tutt’è silenzio… ncielo quanta stelle!
affaccete, tu pure ‘e ppuo’ vedè:
songo a migliare, e saie pecchè so’ belle?
Pecchè stanno luntano, comm’ ‘a tte!

venerdì 20 settembre 2019

solatie

L'OMBRA DELLA VITA di Marta Celio

alla de-riva
un bianco fermarsi
             nere ciminiere

casupole sorde
absidi solatie
e lento migrare

gabbiani in nuce e
voci di te

angolo ossuto

pagina piegata per sempre
dall'ombra della vita

mercoledì 11 settembre 2019

birre


Risultati immagini per dolle

L’ICONICA BELLEZZA

è una bionda birra che spumeggia
sullo scabro del vivente malfermo
in pieno sbando per la ferma icona:
che di notte si abbatte sulle carte – e
la mano come il latte dell’albore
borbotta sul bianco dense parole – e
la cosa sempre bella è che ride

dal vetro di baldo malto lontano
bevendo al gran boccale nella mano.

G. Nigretti da Derive della mano, 2019


Vedo dal titolo dell'oggetto: birre, e capisco che ci sono birre e birre. Quelle ordinarie di tutti i giorni e quelle funzionali a rappresentare una metafora. Che la birra sia molto cantata dai poeti è un fatto noto, (come il vino del resto), ma le due bevande hanno molte differenze, sia per i contesti, sia per le ricadute (emotive, psicologiche) sui soggetti coinvolti.
La birra - per il suo gusto, per come si presenta e la si beve - (Bukowski la definisce "amante continua") ha suscitato l'interesse dei poeti Simbolisti, di Rilke, Eliot, Dylan Thomas, solo per citarne alcuni. Anne Sexton dice: Dio ha una voce bionda, morbida e piena come la birra.
Qui, la bionda birra (con allitterazione della B, che va a caricare l'effetto che produce) SPUMEGGIA. Verbo fonosimbolico, che assume forza espressiva e vitale, oltre che valore estetico, in quanto presenta una cosa bella e seducente. Ciò produce sul vivente malfermo (di cui cogliamo una forma "scabra", e lo sappiamo in pieno sbando) uno stordimento, uno spiazzamento. 
L'icona è ferma. L'opposizione ferma/malfermo rende bene una situazione dissimmetrica tra la stabile icona e il vivente, che è vacillante. La ferma icona, nella notte, si abbatte (= arriva con la forza di un uragano) sulle carte, cioè sulle pagine su cui scrivere poesia, quella che permetterebbe al poeta di vivere almeno una parvenza di vita e "di sciogliere il canto del suo abbandono" (Ungaretti).
La sua mano è lattea come il bianco mattino (bianco è anche il colore dell'assenza) e bor-botta, (vivace fonosimbolismo), cioè arriva solo a borbottare, incapace di articolare su quel bianco foglio le "dense parole" che vorrebbe.
Ma l'immagine (l'iconica bellezza), che il poeta ha davanti, altera e superba, chiusa in sé, sorride al poeta, attraverso il vetro, bevendo dal gran boccale. Lui la vede solo riflessa: è un gioco di sguardi, riflessi da un vetro? Gioco di apparenze; un ritrarsi, un nascondersi? Lei marca la sua distanza? È intenzionata a farlo soffrire? Che ci siano elementi di sofferenza è evidente da: malfermo, pieno sbando, si abbatte, borbotta... Lei è "lontana" (baldo malto lontano).
Concludo la parafrasi così: al poeta mancano le parole per esprimere ciò che prova verso quell'iconica bellezza, che lo ha irretito (il suo seducente spumeggiare) e sbatte le ali sul foglio dove vorrebbe cantare/poetare riuscendo a vergare solo pochi e disarticolati segni. Lei resta impassibile e sorniona: "ride" e lo guarda attraverso il vetro del bicchiere.
Dylan Thomas, il visionario e maledetto poeta gallese, raccontando a un'amica alcuni momenti della sua vita, ricordava quando andava nelle Uplands vicino casa ed entrava in taverna a bere "una, forse due pinte di birra".
La prima frase del poeta suona così: I liked the taste of beer... Amavo il gusto della birra, la sua schiuma bianca, la sua profonda brillantezza ramata, il mondo che sorgeva attraverso le pareti brune e umide del vetro...
 Ornella Cazzador


mercoledì 28 agosto 2019

la bellezza


COME UN’ONDA SUL GRANO 

c’era una volta a marea 
e ora fra onde non appare – e
quella che ci brezza non è
nell’onda la bellezza – è
la noia: come un’onda che
sbalza e la mano ricade
dalla già densa scogliera

di carta – dove a fatica risale
per onde parole da seminare.

G. Nigretti da Derive della mano, 2019



La poesia è molto ermetica. Ma è "una foresta di simboli" per dirla con Baudelaire (che però si riferisce alla natura).
È intessuta di fili che convergono, si riprendono, e divergono, a rappresentare uno squarcio sulle concezioni del poeta, ed anche uno stato d'animo - attuale -. Forse è contingente, legato a un momento nero, ma forse è il suo mood costitutivo.

Queste intense rappresentazioni hanno a che fare con la poesia e con la vita e per questo assurgono a riflessione sulla condizione dell'umana esistenza, stretta tra il desiderio di vita e ciò che le si oppone, in termine di mancanza, penuria, negazione.

Le simbologie emergenti fanno capo a due mondi paralleli, riferentesi al mare e alla terra. Del mare si dice: a marea, onde, per onde, dunque è presente la Natura, la forza, la bellezza della Natura (nell'onda la bellezza) indipendentemente dalla volontà dell'uomo.
Della terra e dell'uomo invece si riferiscono due momenti legati al lavoro umano: brezzare, seminare. La forma: ci brezza si pone a metà fra le due realtà evocate, con esiti di ambiguità che gettano un ponte di senso tra le cose che il poeta vuol dire. 

È la noia il punto focale. Il poeta è preda della noia, che opprime il cuore, offusca la mente, fiacca e tarpa le ali. Per suo effetto, la mano ricade, a fatica risale, nel gesto di riempire la pagina bianca, seminando parole. 
Questo è il gesto poetico, la metafora della poesia, come semina. Dunque un poeta ara e semina il suo terreno, vaglia il grano, separa il grano dalla pula... fa un lavoro meticoloso di perfezione. Lavora le parole. E si affatica sul verso per trovarne le giuste sonorità, per intrecciare suoni e sensi, per catturare quei significati che gli urgono dentro, esprimere il non detto con una comparazione, una analogia, o una figura retorica. 

Ma se si affaccia un momento di sofferenza, di tedio, è difficile vivere e poetare. La già densa scogliera di carta diventa più dura, impossibile. Che sia di carta, da una parte allude al supporto materico della scrittura, dall'altra alla sua precarietà ed evanescenza. Che poi la scrittura sia spesso resa difficoltosa e il foglio resta bianco e vi si riflette solo la bianca luce della lampada, lo dice anche Mallarmé in Brise marine: Ne' il chiaror solitario della mia lampada / sul foglio vuoto che il candor difende...

La noia è qui evocata con una similitudine: come un'onda che sbalza... Essa ha la potenza dell'onda di Hokusai, che mette in luce la forza primigenia della natura e la sua minacciosa bellezza, di fronte alla fragilità dell'essere umano, sbattuto tra gli scogli e le tempeste. Stremato e inerme, come può opporsi a questo destino? 
Baudelaire (in cui angoscia e noia trovano un interprete moderno) dà una sua visione nella bellissima  Elevazione (Spleen et ideal. Les fleurs du Mal):

........... 
Dietro di sé le noie, i vasti orrori
Gravanti sulla brumosa vita, felice
Chi con robuste ali saprà
Slanciarsi verso campi di luce e sereni
E ogni mattina, come le allodole, s'alza
Nei pensieri con libertà nel cielo
E si libra ben alto sulla vita e non fa
Fatica a intendere i fiori e le altre cose mute.
(Traduzione di G. Raboni)
Ornella Cazzador

venerdì 16 agosto 2019

come i soli

POESIA J883 o F930 di Emily Dickinson

Accendere una lampada e sparire
questo fanno i poeti
ma le scintille che hanno ravvivato
se vivida è la luce
durano come i soli
ogni età una lente
che dissemina
la loro circonferenza.

giovedì 8 agosto 2019

ignude sirene

SUL DENSO MARE 

nuota spesso il pensiero e non è male
che di sguardi non abbia più approdi o
larghi imbarchi per l’amare a derive
di quel bel giuocare a fare il cantore
con le ignude sirene sul muto cuore
che ora lo destano a sepolte memorie
per la mano ferma sotto l’astro spento

sulle sponde a ponente di nostra attesa:
che a lemmi di sale non ritorni a quelle.

G. Nigretti, da Derive della mano, 2019




Carissimo, di primo acchito le tue poesie non sono facili, ma poi bisogna farsi prendere per mano dal testo e cercare sentieri conoscitivo/interpretativi. Qui il paesaggio è il denso mare, mare oscuro, pieno di insidie. Ma anche di malie e di miraggi (le sirene) che tanta parte hanno nella vita.

Ci sono due fuochi: uno esterno, il mare (con una serie di parole ben conteste/connesse) e l'altro interno (pensiero, sguardo, muto cuore, destano, amare, mano ferma...).
La linea tematica comprende nel suo tracciato: pensiero, sepolte memorie, attesa, lemmi di sale. Qui dentro è compresa tutta una vita. 

Il poeta - ironico con sé stesso - ha spesso giocato con le parole, ben conscio del loro potere incantatorio e straniante, come il mitico canto delle sirene (ancora una volta, il mito getta un cono di luce sull'interpretazione della vicenda umana). Ora ancora lo destano, "ignude", sensuali forme oniriche dal canto mielato ma ominoso.
Ma il cuore è muto, le memorie sommerse nel profondo, la mano è ferma (inceppata?), l'astro è spento. Ora Egli si trova sulle sponde a ponente, sulle rive d'occaso, alla fine del giorno, quando la vita non è più una promessa, ma l'attesa della fine. Egli non vuole più riappropriarsi di tutti quei momenti perduti nel tempo, che hanno l'amaro sapore del sale.

Nelle sirene è rappresentato il canto che ammalia e che uccide (hanno disseminato di cadaveri l'isola, Omero. Libro XII). La loro voce melodiosa e sfidante promette la conoscenza (ma Egli va dopo averne goduto, sapendo più cose, Omero, XII). Per questo Ulisse chiese nodi più stretti e doppi, per non cadere nel loro inganno e continuare il viaggio.

Le ho viste al largo cavalcare l'onde
Pettinare la candida chioma dell'onde risospinte
.............. 
Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d'alghe rosse e brune. 
Finché le voci ci svegliano e anneghiamo 

Eliot: Il canto dell’amore di J. Alfred Prufrock

p.s.: cosa promettono le sirene? Di svelare al viandante ciò che accade ed è accaduto sulla terra, per renderlo finalmente  sapiente.

Omero. Libro XII

Nessuno è mai passato di qui 
Con la nera nave
Senza ascoltare con la nostra bocca
Il suono di miele
Ma egli va dopo averne goduto
E sapendo più cose

La conseguenza? 

... intorno è un
Mucchio di ossa
Di uomini putridi
Con la pelle che raggrinza

Ornella Cazzador


venerdì 2 agosto 2019

timoniere dell'aria


DE-SIDERA di Ornella Cazzador

Poeta, non incagliare il tuo legno
disancorato sulle sabbie del tempo;
non fare che si infranga sull'onda
rapinosa delle scogliere. 
Non sporgerti oltre sul buio
né sostare sul filo indecidibile
della faglia.
Ma continua il tuo viaggio
- timoniere dell'aria - 
scrutando il cielo. 
Ai cristalli dormienti della notte obliosa 
segue l'oro delle aurore;
il tocco di perla della luna
governa le maree della vita. 
E mentre attraversi i più fiochi vortici
di luce concentrici
verso il punto di verità, 
restano ferme le montagne, 
scorrono i fiumi verso il mare, 
risuona il silenzioso moto dei pianeti. 
Non temere, piccola anima, 
di desiderare l'universo. 
La nostra polvere dissolta nello spazio infinito
scintillerà come scia di ritornanti comete.

mercoledì 31 luglio 2019

erranti memorie


DI NOTTE A LÈVICHE 

Qui che le case non hanno le porte
solo la notte apre gli occhi alle volte:
che portano per le erranti memorie 
nei cieli del sognare con le mani
al pelago aperte che ci guardava
l’andare a volare con i gabbiani
sulle reti emerse dal fondo mare

ricolme di miele dell’antico cielo e
di parole che la dolce carta chiama.

G. Nigretti da Derive della mano, 2019

Lèviche”: Santa Maria di Leuca in dialetto salentino


Lèviche è il luogo in cui le case non hanno le porte; solo la notte apre gli occhi alle volte… Il tempo è il presente del poeta.

Il tema: la notte reca memorie erranti e sogno/desiderio si fanno tutt’uno nell’animo del poeta, come pelago e cielo si immedesimano e si mescolano nella loro vastità.
(La L che ricorre in entrambe le voci lessicali, essendo un suono continuo, amplifica la loro estensione).
Il desiderio del librarsi in volo è evocato dai gabbiani nel cielo; mentre le mani sono aperte sull’oscurità del pelago, la cui profondità è connessa all’idea delle reti emerse dal fondo mare. In questo mare, il poeta pesca i ricordi sommersi, un momento realmente accaduto.

Al poeta giungono nel sogno le memorie, analogicamente riferite alla dolcezza del miele, colato sotto un cielo antico; lontano favoloso; e la nostalgia, il desiderio, il sogno chiedono di avere voce nel linguaggio poetico.

e ti scrivo da qui, da questo tavolo
remoto, dalla cellula di miele
di una sfera lanciata nello spazio…

(Montale, Notizie dall’Amiata)

Solo la poesia - attraversando il mondo delle cose per approdare a quello simbolico del verso - può dare alle cose passate una voce, ancorché di-versa, (perché le cose passate hanno una voce diversa), ma capace di eternare l’attimo fuggito e perpetuare pezzi pur perduti di vita trascorsa.

La poesia è quindi avventura dell’anima tradotta in parola, congiunzione ineffabile di suono e di senso, che può traghettare nella dolce carta le cose del passato. 

Quest’ultimo appare trascolorato e impalpabile (Un murmure; e la tua casa s’appanna / come nella bruma del ricordo - Montale, Sotto la pioggia) a confronto col presente doloroso, ma vero. Così si rende esprimibile/rappresentabile il dramma dell’uomo, gettato in un mondo di contrari: speranza e disperazione, oblio e ricordo; straniato di fronte alle derive imponderabili della vita.

Con lieve cuore, con lieve mano / la vita prendere, la vita lasciare. (Cristina Campo)

Ornella Cazzador

giovedì 18 luglio 2019

fuggir laggiù


BREZZA MARINA di  Stéphane Mallarmé

La carne è triste, ahimè! E ho letto tutti i libri.
Fuggire! Fuggir laggiù! Sento uccelli che son ebbri
di vivere tra la schiuma sconosciuta e i cieli!
Niente - neanche gli antichi giardini riflessi dagli occhi -
tratterrà questo cuore che nel mare s'immerge.
O notti! Né il chiaror solitario della mia lampada
sul foglio vuoto che il candor difende
e nemmeno la giovane donna che allatta il suo bambino.
Partirò! Nave che dondoli i tuoi alberi,
leva l'ancora per un luogo esotico!
Una Noia, delusa da speranze crudeli,
crede ancora al supremo addio dei fazzoletti!
E, forse, gli alberi, che invitano le tempeste,
son di quelli che un vento inclina sui naufragi
perduti, senz'alberi, senz'alberi, né fertili piccole isole

Ma, cuor mio, ascolta il canto dei marinai!

mercoledì 26 giugno 2019

quel che brucia


COLPI di Mario Luzi

La potatura d’alberi rintocca
colpo su colpo di pennato. Il freddo
fa rilucere i tagli ancora vivi.

Tempo che l’uomo in là con gli anni dice:
sono com’ero in compagnia del fuoco
che avviva e rode la sostanza, veglio

su quel che brucia e quel ch’è fatto cenere,
tengo fede ai pensieri d’una volta.
Pure non è gran cosa, è men che poco.

Anni, ancora, che quanto viene offerto
sotto la specie del dolore
tarda a farsi vita vera.

Per anni e anni
la vita segue la vita
con la fedeltà che ha l’ombra

mentre scorre il fiume,
mentre il filo d’erba trema
tra pala e pala della falciatrice

e l’uomo appena uscito dalla prova
integro o privato del suo bene
solleva il capo fino al nuovo colpo.

martedì 18 giugno 2019

candido dedalo

A VUOTA CARNE 

torrida già sgorga dal vago chiaro 
l’ultima ora nel candido dedalo 
dove si ritorna solo a parole –:
per gli andati giorni di ombra logora 
che nuda a vuota carne si allungava
al vento caldo del brumoso mare
dell'indifferenza che ci consola

l’essere a muta tenebra di sole 
discende a sale di clessidra eguale.

G. Nigretti, da Derive in carne 2019


Parafrasi a cura di O. Cazzador

Piano metrico - stilistico: poesia composta di sette versi, cui si aggiunge, dopo una pausa,  un commiato di  due versi. Versi endecasillabi.
Il tessuto è denso di aggettivi: torrida, chiaro, candido, caldo, brumoso, muta, eguale, che rendono le emozioni, i pensieri, la soggettività del poeta, che riflette sulla condizione umana.  Gli aggettivi appartengono anche a sfere sensoriali diverse: torrida, caldo si avvertono con l‘epidermide; mentre chiaro, candido, con la vista; brumoso rende conto di un’atmosfera umida e liquida, che dal mare si alza e rende incerta e ingannevole la visione.

La tramatura delle parole è di quelle care al poeta: carne; parole; dedalo; mare, con tutto il peso che portano con sé,  segni distintivi del suo mondo poetico. Gli echi e i rimandi tra le parole percorrono il testo  fittamente, elaborando  un pensiero forte, trasformato in figure (per es., dedalo, clessidra…).
La carne sarà nuda e vuota nell’ultima ora di nostra vita, quando l’intrico labirintico nel quale siamo gettati apparirà ormai pervaso di candida luce; e quindi cadrà il velo sul nostro destino.  A questa luce si oppone l’ombra logora degli andati giorni. Un’altra opposizione è la muta tenebra di sole. L’immagine analogica della clessidra fa riferimento allo scorrere del tempo, nel quale  ha luogo l’umana vicenda  esistenziale. L’opposizione sole/sale associa il tema del sole (legato al mare) a quello simbolico del dolore.

Profilo retorico: Tra le figure del suono, molte le allitterazioni, che  rendono più incisivi gli stati d’animo e le impressioni del poeta.  Nel titolo,  in parte ossimorico (vuota carne) predomina il suono A che è la vocale aperta per eccellenza.
Primo verso: forte allitterazione del suono R che percorre tutto il verso, dando l’idea di qualcosa che scorre e pervade – essendo R un suono liquido e continuo –. Allitterazione anche del suono G – esplosivo e sonoro (sgorga e vago) che dà sonorità al verso e  ricostruisce foneticamente l’atto dello scaturire;  
Secondo verso: candido dedalo presenta quattro ripetizioni del suono D che è consonante dentale, esplosiva  sonora;
Terzo verso: uso del corsivo per mettere in rilievo il concetto dell’indicazione di un luogo (un dove, un altrove); dove si ritorna solo a parole corrisponde ad una perifrasi; 
Quarto verso: andati giorni: allitterazione di N, suono continuo, che dà l’idea di uno scorrere; ombra logora: allitterazione di R. anch’esso suono continuo, che qui dà l’idea di un logoramento che dura, pur parlando di ombra.  Allitterazione della vocale O. 
Quinto verso: nuda a vuota carne, tre parole corte (bisillabiche) che obbligano il lettore a considerarne la brevità, l’inconsistenza; pur accompagnandosi a carne, che è parola semanticamente piena.
Sesto verso: chiasmo in: vento caldo del brumoso mare. Il filo interno della poesia  si riallaccia a torrida con cui si apre la lirica;
Settimo verso: allitterazione di E, vocale centrale, che immaginativamente si lega al concetto di indifferenza=stato neutro; omogeneo strato di realtà – unico elemento, portatore di consolazione, che si offre all’uomo: l’indifferenza che ci consola.
Ultimi versimuta tenebra sinestesia; tenebra di sole: ossimoro. Sole in opposizione a sale (paronomasia) è l’immagine centrale.  Il sale è analogia che crea il contrasto di immagini e di sensazioni in quanto dà figurativamente l’idea della sofferenza. La clessidra suggerisce l’idea del tempo che scorre. Chiude il verso l’aggettivo eguale che rende tangibile la similitudine evocata. Anastrofe (figura dell’ordine) in: discende a sale di clessidra eguale.

Analisi tematica - La poesia inizia con il vago chiaro e il candido dedalo e termina con muta tenebra di sole. L’intera parabola esistenziale si apre e si chiude con queste suggestioni di colore. Gli aggettivi (legati alle sensazioni di vago e oscurità) sono usati in funzione tematica e dunque rappresentano il corso (il filo, lo stame) della vita, di cui l’uomo si trova (ahimè, inopinatamente) a disporre.

Ad aprire e chiudere la lirica, ci sono anche i verbi sgorga e discende, opposizione che genera un movimento. Impressione acustica la prima, visiva la seconda. L’immagine della clessidra pone il sigillo definitivo a questo faticoso scorrere. La vita umana è collocata nel tempo, vuoto e muto. In questo contesto le piccole storie umane sono sabbia che scorre – ignota, non individuata - che scivola dentro la clessidra. Mille storie senza colore che precipitano nell’imbuto del tempo. Chi le conosce?. Il poeta ne segue la lieve traccia, si riconosce nel destino comune, nell’essere che connota la nostra esistenza,  eguale allo scorrere di un granello di sabbia che, insieme  agli altri,  precipita nella clessidra. L’unica barriera consapevole che l’uomo può opporre al suo destino è appoggiarsi all’umana indifferenza (per Montale, la divina indifferenza).  
Tematicamente, le parole (con il peso esercitato dai suoni e dai significati che si intrecciano tra di loro con richiami semantici molto vividi) creano l’opposizione tra vita e morte . La morte è l’ultima ora; dove si ritorna solo a parole; quando ci sarà la vuota carne; in opposizione alla vita,  come ombra logora; che si allunga nel tempo (l’immagine della clessidra). Dunque,  una poesia di contrasti (nuda a vuota carne/ombra logora; sole/sale; l’indifferenza che ci consola), attraverso i quali il poeta non manca di interrogarsi sull’incomprensibilità  della vita, che ci conduce con la sua forza misteriosa verso il punto finale. 
Oscuramente forte è la vita (Quasimodo).  
Ornella Cazzador

lunedì 17 giugno 2019

l'indifferenza

L’INDIFFERENZA

della mano è cosa buona e sana
per le derive del raffermo andare –:
perché mai le importa se a onde ribatte
le irte scogliere di nostra sostanza
che a ogni istante non cessa di acclamare
su questa umana fossa senza carne
l’indifferenza che di mano sbatte

il naufragato essere del viandante
fra scorie sfatte di vane memorie.

G. Nigretti da Derive in carne, 2019


Parafrasi a cura di O. Cazzador


Piano metrico - stilistico: poesia composta di sette versi, cui si aggiunge, dopo una pausa, un commiato di due versi. Versi endecasillabi.
Le parole tematiche emergenti nella poesia sono: mano; derive; fossa; carne, indifferenza; naufragato, scorie; memorie. Gli aggettivi, densi e pregnanti sono: raffermo; sfatte; vane. Queste parole ineriscono al gusto e al pensiero del poeta. Infatti tornano in altre poesie costituendo un coagulo di temi e connotando, in modo personalissimo, la sua voce poetica.
La poesia è alquanto enigmatica, e ciò lascia l’interpretazione indefinitamente aperta, come peraltro è tipico della poesia, il cui messaggio è sempre “aperto” e leggibile da più punti di vista.

Piano retorico: forte presenza di allitterazioni che vanno a rimarcare le evidenze che il poeta intende rilevare. Ne sono efficaci esemplificazioni, ad es., le espressioni:

per le derive del raffermo andare. Qui il poeta, attraverso la ripetizione ossessiva del suono R, dà il senso dell’errare lungo le derive sfatte dei nostri cammini; 
ribatte/le irte scogliere: l’allitterazione di R crea un paesaggio minaccioso e tempestoso, che evoca la vita umana; 
scorie sfatte: l’allitterazione di S. rende espressivamente l’idea del residuo, del marcio, del rifiuto abbandonato;
vane memorie; la presenza di N e M, entrambi suoni continui, con allitterazione di M, permette di sentire una continuità nelle impressioni legate all’emozione, al ricordo, al passato. 

I verbi ribatte/sbatte; l’espressione scorie sfatte, con quella doppia consonante interna, hanno una resa molto drammatica, espressa con la ripetizione della T (suono esplosivo e sordo) e la S sibilante. Ribatte e sbatte formano una rima; mentre sfatte è rimalmezzo. Tali verbi formano anche un enjambement con l’oggetto che segue nel verso successivo. 

I tre verbi ribatte, sbatte, sfatte attraversano diagonalmente il testo. La mano, invece, dà luogo a una lettura circolare, in quanto apre e chiude la lirica, conferendole centralità e aggrumando intorno ad essa il senso globale. 

Piano tematico e semantico: la tramatura è fitta di immagini: mano; derive; irte scogliere; umana fossa, vane memorie. Il centro di pensiero ruota intorno alla mano del poeta che registra, attraverso una scrittura poetica irta e puntuta (il pensiero va alla montaliana storta sillaba e secca come un ramo) la triste e opprimente condizione dell’uomo.

È cosa buona e sana per l’uomo raggiungere l’indifferenza di fronte alle forze che lo sovrastano, nella lotta a non soggiacere al peso di una condizione figurativamente rappresentata dalle irte scogliere. La mano che ribatte sul foglio di carta la sua opposizione alla realtà  della vita (umana fossa senza carne) non rimane inerte, al contrario, portatrice di una sua verità, non cessa di acclamare l’inganno del destino, e, dunque, (sempre alla luce della suggestione montaliana), la poesia deve esporsi e comunicare: a lettere di fuoco/lo dichiari (“Non chiederci la parola”). Cogliendo i rimandi intertestuali, la poesia si rende come corale definizione delle contraddizioni dell’esistere.

Le forze, oscure e minacciose, evocate sonoramente dai verbi e dal paesaggio - colto nella prospettiva verticale e in profondità: irte scogliere e fossa - si abbattono sull’uomo. E l’umana indifferenza issa il suo vessillo sul genere umano, sulla turba dei viventi (in altra poesia: morti), la cui sostanza è costitutivamente quella di esseri fragili, esposti ad ogni capriccio della natura, piegati a una vita condotta sul ciglio di una fossa, ridotti a essere senza carne - con la morte, meta irriducibile dell’esistenza. L’uomo appare figurativamente come viandante (collegato al raffermo andare); oppure il naufragato essere, collegato all’idea del mare: onde e scogliere. Significativa l’ultima immagine delle scorie sfatte, che suggella la poesia, e simboleggia l’umano destino di morte, di riduzione al nulla.

Nostra sostanza si vuol riferire non solo all’esperienza personale del poeta, ma alla volontà di riconoscersi in un dramma universale (nostra sorte, presente anche in altre poesie). Per questo, il poeta continua a interrogarsi sul suo destino e riconosce l’indifferenza (l’atarassia) come meta cui tendere. Ciò gli permette di guardare senza orrore la deriva, il naufragio verso cui va l’esistenza, e nello stesso tempo, di comunicarla, sia pure sul foglio di carta, realtà finita e inconsistente a sua volta, a tutti i suoi simili. A questo proposito, anche Pasolini afferma che la vita è restare dentro all’inferno, con la marmorea volontà di capirlo. Molto vicini gli echi da Eliot, in Gli uomini vuoti:

Siamo gli uomini vuoti
Questa è la terra morta
Questa è la terra dei cactus
Qui le immagini di pietra
Sorgono, e qui ricevono
La supplica della mano di un morto
Sotto lo scintillio di una stella che si sta spegnendo

L’idea che una forza superiore pianti il proprio vessillo sul genere umano e dunque marchi la propria vittoria è molto presente anche nella poesia inglese: poesie di John Donne, e Shakespeare (Sonetti). In quest’ultimo, non è l’indifferenza, ma la morte a vincere. In John Donne, è la vita a vincere sulla morte. 
In-differenza si può leggere (tra i molti significati) anche come mancata differenza/non differenza: per tutti il destino è uguale: la fossa, colma di scorie; di memorie vane
Ornella Cazzador