miravo
la falciante Signora.
miravo
la falciante Signora.
LONTANO a Ba e Ma
Ora che altrove Quella vi ha
ancora una volta congiunti
per sempre – dove siete ora?
in terra di marmi e icone
o nell’aria degli elettrici ceri
con i sempreverdi fiori?
Di sicuro lì
dove di salso l’inverno mare
riveste nomi e corridoi scarni
e l’estate dai fiori falsi esala
odori di plastica e di acqua stagna
dalle fioriere di ottone già nere.
Di sicuro lì
dove l’autunno straniero esule sta:
sul nudo binario della stazione
con le stagioni di sardelle e croci.
Ed ora solo una ne rimane
e non si è ancora sbiadita
nel grigiore di una fotografia
fra le assorte nebbie del qui lontano
dove a storte parole affondo
quello che di vero in me resta
prima di ogni infinita morte.
«Mio fratello Gaspare s’era già ammogliato per una geniale astrazione poetica perché apprese da Francesco Petrarca ad innamorarsi».
Segue il ritratto della Bergalli, moglie di Gaspare:
«Una giovane, che aveva però due lustri più di lui, ch’era di nome Luigia, di cognome Bergalli, e tra le pastorelle d’Arcadia Irminda Partenide, poetessa di fantasia... fu la Laura del mio fratello, il quale... se l’ha sposata petrarchescamente, ma legalmente». «Questa femmina (sovrana d’un regno tisico) di fervida e volante immaginazione, perciò abilissima a’ poetici rapimenti volle... regolare le cose domestiche disordinate; ma i suoi progetti e gli ordini suoi non poterono uscire da’ ratti romanzeschi e pindarici... Mi narrava le imprese che aveva fatte, quelle che intendeva di fare, che, per dire il vero, non erano che poetiche bestialità».
Ritratto della famiglia di Carlo Gozzi e della Bergalli
Nella Prefazione del Gargiolli alle Poesie di Gaspare Gozzi il critico rincara la dose: «E poi che ebbe egli cantato ben bene questa sua Laura, se la fece sposa nel trentotto per una geniale distrazione poetica, come dice il fratello Carlo benché ella fosse nata più che dieci anni prima di lui. Ma questa moglie non poco nocque al nostro Gaspare. Gli affari della sua casa non andavano bene da molti anni, fìno da quando Giacomo, il padre di lui, aveva sposata la Tiepolo: perocché ognuno che abbia fior di senno saprà imaginare, come dice N. Tommaséo, qual disordine dovesse portare nella testa e nella casa d’un nobiluccio di pròvincia, splendido per natura, sbadato per letteratura, una moglie avvezza alle pompe oziose, a’ comandi assoluti, alle inuguaglianze nelle abitudini, nell’umore, e sin negli affetti; una moglie che lo fa ricco di nove figliuoli; che non sa vivere in campagna né sola; che non intende ragione del risparmiare, perché nacque di quella pianta di che si fabbricano le dogaresse; che, pel privilegio de’ natali, pretende d’avere nel patrimonio comune un patrimonio suo, un governo domestico nel governo; donna insomma che condiscende a essere moglie, e n’esercita saporitamente i diritti, ma non indovina gli uffizi di consorte, e, se era caduto in cattive acque il patrimonio de’ Gozzi per la madre gentildonna, come non doveva andare di male in peggio allora che, ammogliatosi Gaspare a una poetessa, che non gli portava in dote che le aride campagne di Arcadia, ma che lo faceva padre di cinque fìgli, a lui fu affidata la cura delle faccende domestiche; a lui che incapace a far da massaio abbandonava ogni ingerenza alla moglie, famosa per le sue poetiche bestialità e per l’amministrazione pindarica. Le strettezze gli crescevano ogni giorno; ed ei dovette durare in esse gran parte della sua vita».
CONCERTO di Giuseppe Nigretti
Tutto solo discendo
cinque piani di scale
andando
giù adagio
attaccano
dal piano
gli
accordi dei sapori
e
di stoviglie e posate un’orchestra
s’intona sulle dipinte
tovaglie
con le note calde
delle pietanze
fra le sinfonie delle bevande
una musica si diffonde
attorno
allargando una viva melodia
nell’aria
andante ricolma di odori
un coro grande di alti
e piccini
da
ogni ingresso gorgheggia con brio
un concerto di persa armonia.
Fuori
l’assolo
del sole
a picco
stona
1. QUELLE DUE
Ora che assiso o steso a quel palpito
di dita o di mano nel caldo vano
del poltrone lettino o dell’ozioso
gran divano – e senza neanche amarmi –
ci son solo quelle due a palparmi:
su appuntamento e con equo compenso
per le manuali prestazioni occasionali
esercitate da mane a sera in libertà
quelle che voi per compiacenza praticate.
2. FRA LE DUE
la bella che là mi fa in poco di ora
ed ha fatta liscia la folta chioma
e tutta rose la mano derviscia
è la mora: – una geisha un po’ crudele –
che deflora con olio e calde cere
il percepito pelo al mio sguardo
da tutto quel macello appesantito
ed ha voce soave da sembrare
in volo d’uccello un sospiro fluito.
3. LA SECONDA
non di meno con voce mi compiace
e nel vano è – con mano nirvana –
procace uguale alla vestale indiana:
quando con le dita lo sfiora in cima
e tutto prima lo fa spumeggiare
e con calde essenze mi fa venire
perenne puntiglio a riprincipiare.
Il suo nome che dirvi non voglio
era l'ebbrezza che oggi fa tristezza.
4. LE DUE
Della Dolle D. le altre mi hanno detto
di quand’ella sul web si lesse queste
ed uguale ad una antefissa restò
la nottula vanessa tutta scossa
da quanto ciò che ero fosse caduto
di sensi e lemmi nel fondo più basso
– delle due amanuensi puttane –.
Dolle dalle poesiole si fa sempre abbindolare:
le due donne? son solo un’estetista e una sciampista.
G. Nigretti, da Diario Di-aria